UN ARTICOLO DALLA RIVISTA "ARTI TERAPIE" (nov.-dic. 2006)
TEATRO, DISABILITA’ ED ESTETICA.
“Dal mio quarto piano sull’infinito, nella plausibile intimità
della sera che sopraggiunge, a una finestra che dà sull’inizio
delle stelle, i miei sogni si muovono con l’accordo di un
ritmo, con una distanza rivolta verso viaggi e paesi ignoti, o
ipotetici, o semplicemente impossibili.”
Fernando Pessoa
Vorrei prendere spunto, per le semplici riflessioni che seguiranno, da un’esperienza che mi coinvolge da alcuni anni. Dal 2001 conduco un laboratorio teatrale per persone disabili promosso dal Municipio Roma Tre e realizzato dalla cooperativa Oltre. Al laboratorio partecipano mediamente una decina di utenti e da due a cinque operatori: tutti i partecipanti, me compreso, sono sempre coinvolti negli spettacoli in tutte le fasi, dalla creazione alla rappresentazione.
Proprio su questa distanza, sul percorso creativo che va dalla nascita dell’idea-azione teatrale alla sua fissazione-rappresentazione per il pubblico, vorrei fermare l’attenzione. C’è un legame tra il processo che avviene nel laboratorio e il senso estetico della performance che ne scaturisce? Perché spesso gli spettacoli con persone con disagio non hanno una valida collocazione estetica?
In merito alle difficoltà poste da queste domande vorrei citare un passo del prof. Giorgio Concato (Docente di Psicologia Dinamica all'Università di Firenze), che illustra due possibili condizioni di non equilibrio; dove la terapia annulla il teatro e dove il teatro inficia l’intervento terapeutico: “Nel primo caso, dunque, si assiste a spettacoli volti a suscitare nel pubblico la commozione per l'insospettata abilità dei disabili a mostrarsi "normali", a dimostrare, nell'ambito della finzione, quelle competenze e quelle attitudini la cui mancanza, nella vita concreta, li contrassegna e li separa dai soggetti normodotati: spettacoli del tipo "saggio di fine anno", per un pubblico di curiosi, parenti, operatori, volontari e persone sensibili, disposti ad apprezzare lo sforzo dei disabili di superare il loro handicap e la capacità dei registi-terapeuti di accompagnarli verso la riacquisizione di una normale funzionalità espressivo-motoria. Qui la terapia oscura l'arte, fino a trasformarla in semplice pretesto.
Nel secondo caso, invece, all'insegna di un'obsoleta apologetica della valenza decostruttiva della deformità, il "diverso" rischia di apparire sulla scena, inconsapevole del
suo ruolo di spettacolare alterità, solo come emblema e segno di un discorso critico-estetico sulle rimozioni e le esclusioni operate dalla vigente cultura della normalità.”.
Partendo da queste considerazioni vorrei scrivere del ruolo del conduttore, così come lo vivo nella mia esperienza. Nel lavoro mi sento in balìa delle sensazioni, del sentire (parole che sono alla radice del termine estetica), navigo con il gruppo e attiro a me i loro messaggi consapevoli o meno; sono pienamente coinvolto delle loro possibilità (soprattutto delle più elementari ed istintive), dai loro ritmi, dai loro limiti, dalla loro quotidianità, dai loro movimenti e dalle loro ansie. Questo materiale si mescola alle mie sensazioni (la mia “estetica”) e a quello degli operatori, poi riaffiora bisognoso di un contesto, chiede di essere ricollocato dal sogno al palcoscenico sotto forma di suoni, oggetti, forme, azioni. Non è importante (anche se a volte è necessario) dare una “spiegazione razionale” all’azione teatrale; l’importante è che sia voluta, necessaria e riproducibile, senza che si perda la voglia di continuare a reinventarla, diversa ed uguale, come si reinventa, parallelamente, la relazione tra gli attori. Mi piace, una volta iniziato il percorso laboratoriale, restare in una temporanea sospensione attendendo e cercando lo stimolo, spesso una musica o un oggetto che, una volta fissato nell’azione scenica, crei uno spazio-tempo dove l’attore-utente possa “rappresentarsi” in un luogo protetto e modificabile. Mi piace aspettare che le immagini “cadano dall’alto”; poi le accolgo e le accompagno nel mio immaginario con la concretezza di ciò che gli utenti sono, in tutte (o alcune) loro subidentità. L’immaginazione tiene stretto a sé il reale e lo rielabora modificandone i contorni e permettendo all’attore di non dover assumere un’identità imposta, rigida, che non farebbe altro che privarlo dell’esperienza di esprimersi ed apparire sé ed altro da sé. 
Non credo sia facile mantenere l’equilibrio metodologico ed umano che consenta di non sbilanciarsi verso gli opposti citati dal prof. Concato, ma penso che sia auspicabile cercarlo, sentirlo e modularlo all’interno dell’esplorazione della relazione tra il conduttore e il gruppo. Un processo laboratoriale condotto con consapevolezza può portare dolcemente, fluidamente e con naturalezza, gli attori verso il sentire, quindi nel pieno di un’esperienza che si possa definire estetica. Perciò a mio avviso l’estetica del teatro in contesti di disagio (e forse anche del teatro in altri contesti) non è un punto di arrivo da raggiungere con immediatezza, ma la conseguenza di un processo creativo sentito.
Davide Marzattinocci
Cassandrino al Teatro Fiano
il teatro delle marionette a Roma nella prima metà dell'ottocento
di Davide Marzattinocci
Edizioni Junior - Bergamo 2006
248 pagg. € 16,80
fratello Riccardo, il concorso è riservato a tesi universitarie che si occupano del teatro di animazione. Il volume che presentiamo tratta di una maschera che, a differenza di quelle più note, fu legata a doppio filo alla vita del suo creatore/animatore Filippo Teoli (1771-1844), tanto da nascere e scomparire con lui, e con la breve ma folgorante esperienza di un teatrino di marionette situato a Roma, all’interno del Palazzetto Fiano, di proprietà del Cardinale Pietro Ottoboni. Il teatro iniziò infatti l’attività nel 1812 e la terminò, per essere trasformato in bottega, nel
approfondisce la storia del Teatrino Fiano e di quella della maschera che ne fu incontrastato protagonista. Accanto ad ampi stralci di documenti dell’epoca, che dettagliano in modo talvolta eccessivamente nozionistico (è pur sempre una tesi), tutte le vicende artistiche, architettoniche, legali e contrattuali del Teatrino e del palazzetto, il volume presenta la teatrografia di tutte le produzioni, le testimonianze di alcuni spettatori illustri (già citati prima), le trame e le caratteristiche di alcune commedie rappresentate, non senza gustosi cenni agli interventi della censura, e una serie d’informazioni che forniscono un quadro affascinante e completo dei gusti e dei costumi del pubblico romano dell’epoca.
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Introduzione all'opera teatrale Basta domandare di Marco Montanari, edizioni Sovera, 2004.
Sono profondamente affezionato al Calvino di Lezioni americane che, ricordando un verso del Paradiso di Dante Alighieri (Poi piovve dentro all’alta fantasia), definisce la fantasia come un posto dove ci piove dentro. Nel teatro, come nelle altre arti, la fantasia piove abbondantemente e prende forme diverse: e
ssa puo’ condensarsi nell’immaginario di un autore e creare un testo, oppure cadere su un palcoscenico portando con se ispirazione da elementi non testuali: immagini, movimenti, suoni, rumori, versi, colori, respiri e chissa’ quant’altro. La distinzione puo’apparire manichea se non prendiamo atto che nel processo creativo della scrittura di un testo teatrale e’ sempre attiva un’attivita’ immaginativa, un percorso di rappresentazioni mentali, fotogrammi che mostrano lo spettacolo all’autore, che in quel momento ne e’, piu’ o meno inconsapevolmente, anche regista e spettatore. Queste considerazioni, forse possono sembrare scontate e poco originali, ma sono necessarie affinche’ possa entrare nell’opera di Montanari attraverso una via a me piu’ usuale: il sentiero che porta alla zona invisibile, apparentemente messa ombra dal testo (non a causa del testo, ma per il nostro bisogno viziato di spiegarci tutto e razionalizzare lo spazio-tempo ignoto, percio’ potenzialmente creativo), ovvero la parte “spettacolare” che immaginiamo leggendo, che rappresentiamo a noi stessi dopo aver fatto la nostra regia personale.
Cosi’ ho vissuto l’opera di Montanari: accendendo le sensazioni, le emozioni, le possibilita’ creative che il contesto ha fatto piovere in me come la fantasia per Calvino. Il contesto, ovvero i luoghi dell’opera celati da e nelle parole, se illuminato e scoperto, mi conduce alla storia, alla macrostruttura narrativa, al senso delle parole impresse sui fogli, quindi al testo.
Montanari, in diversi momenti della traccia narrativa, cela alcuni dei quattro personaggi dietro una maschera e li fa sedere in luoghi della scena decentrati rispetto all’azione; gli altri personaggi continuano la rappresentazione. L’attore celato e’ l’attore fuori scena. Cosa accade se l’attore-personaggio non agisce ma contemporaneamente non nega la sua presenza fisica in scena? E’ realmente assente? E’ immaginativamente presente? E’ vero che Montanari ha concepito l’opera affinche’ possa essere rappresentata anche in spazi scenici non convenzionali, dove non essendovi quinte, l’attore non scompare fisicamente. Questa scelta non puo’ essere considerata solo in relazione allo spazio, in quanto influenza e segna fortemente tutto il dramma, permeandolo della tragica leggerezza di un sogno al quale ci si puo’ abbandonare senza che le uscite e le entrate degli attori vadano ad interromperlo.
I personaggi, quando indossano la maschera, accentuano la loro ieratica, costante presenza, fisica e psicologica, in una eterea ed onnipresente metaosservazone degli eventi passati, presenti e futuri: confermano, come un coro tragico, a se stessi e a chi in quel momento vive sulla scena, che tutto e’ gia’ definito e tutti ne sono a conoscenza. L’esperienza della conoscenza, della consapevolezza, puo’ essere distruttiva se non si e’abbastanza forti: salvarsi puo’ essere comprensibile, ma solo fino a quando la salvazione diventa la giustificazione per mantenere uno stato d’ignavia perenne che sottolinea uno iato identitario costante tra Io ed Io. Qui la maschera e’ lo scarto, salvifico e patologico, che separa l’uomo dall’esperienza piu’dura, importante e temuta: conoscere se stessi. Non solo: Montanari non specifica quale maschera debbano indossare i personaggi; lascia un margine di indefiinitezza, che nel lavoro di regia puo’ trasformarsi in un affascinante piccolo luogo di sperimentazione creativa.
Ma la tragedia, hanno sostenuto in passato alcuni uomini di teatro, se ben rappresentata, puo’ essere troppo violenta per l’animo umano, a meno che questi non abbia in se’ elementi (personali e culturali) che lo pongano ad una distanza estetica di sicurezza dall’evento tragico.
Cosi’ Montanari frammenta la tragicita’ del dramma, che riguarda tutti noi, con l’ironia dei finti radiogiornali che Bruno registra (con la sua voce!) per ingannare Alfredo, illudendosi di condannarlo in uno stato di paura costante; oppure portando lo spettatore fuori dallo spazio-tempo dell’azione quando Alfredo parla al pubblico e poi nel momento in cui Bruno da una descrizione del criminale Gino il Mancino osservando uno spettatore. Anche il tema politico e’ un elemento straniante, che conduce lo spettatore dalla tragicita’ individuale alla tragicita’ storica, gia’ esperita ed esorcizzata individualmente e collettivamente: quella delle stragi di Stato, della violenza morale, dei depistaggi, degli occultamenti e dell’asservimento alle falsita’ e alle omissioni della stampa. Alfredo, il cieco che non vuole vedere, e’ lo Stato dove “la polizia arriva sempre in ritardo”, “la giustizia non esiste e lo scrivono anche i giornali”, e dove e bene sapere che ”per vivere devo ubbidire senza fare domande”. Alfredo e’ lo Stato impunito, cosi’ abile e meschino da dominare Bruno, il popolo, e imprigionarlo nel ruolo di chi finge di ingannare sapendo di essere ingannato. Una condizione che fa di Bruno (e di Caterina, nonostante i fuochi di paglia da femminista) il personaggio piu’ meschino, quello che dovrebbe invadere la nostra anima, per scuotere la nostra rabbia e sviscerare la nostra vergogna fino a farci strappare le nostre maschere: senza piu’ coperture si potra’ dare luce all’oblio dell’abitudinarieta’, alla non-responsabilita’, al non voler vedere oltre la propria individualita’. La nostra individualita’ che, se non schiacciata dall’ideologia “famiglia, patria e lavoro”, si adagia comodamente nel ruolo di un falso cieco che continua a ripetersi la litania del “tanto nulla cambiera’” e del “si vede che le cose dovevano andare in questo modo”. Cosi’ e’ il micromondo creato da Montanari: un costante equilibrio in trasformazione che, come la societa’, non vuole concedersi una possibilita’ di cambiamento.
Davide Marzattinocci
SIGNIFICATO E FUNZIONE DEI LABORATORI DI ARTE TERAPIA NEL SERVIZIO PSICHIATRICO DIAGNOSI E CURA
(A. Pacini*, P. Giorgi*)
La riforma dell’assistenza psichiatrica, in Italia, ha preso avvio dall’impegno professionale ed umano di Franco Basaglia, il quale ha dimostrato attuabile un’assistenza al paziente psichiatrico che non si limitasse a sfruttare le nuove opportunità offerte dagli psicofarmaci per attenuare la sofferenza psichica e contenere le sue forme di espressione, spesso “disturbanti”, omologandoli così alle aspettative sociali.
L’idea innovativa di Basaglia è stata quella di utilizzare il nuovo strumento terapeutico soprattutto per far riemergere e recuperare le potenzialità individuali dei pazienti stessi, finalizzando la “cura” soprattutto al soddisfacimento dei loro personali bisogni, considerando la loro “diversità” come una peculiarità, non un limite o difetto.
La legge
Evitata così la prolungata segregazione del paziente, si è focalizzato l’impegno terapeutico sul mantenimento e sul recupero dell’integrazione del soggetto nel tessuto sociale, con la realizzazione di progetti personalizzati da parte di équipes multiprofessionali. In quest’ ottica le strutture territoriali ambulatoriali, i CSM, oltre ad assolvere a compiti terapeutici secondo un modello clinico, hanno da sempre disposto di finanziamenti per attività tese a facilitare la riabilitazione ed il reinserimento dei pazienti.
Tale funzione terapeutico-riabilitativa non era invece considerata praticabile in SPDC, in regime di ricovero del paziente in fase acuta.
La nostra esperienza ci ha insegnato che, al contrario, il momento della crisi può e deve essere colto come un’occasione preziosa per l’utilizzo delle energie “liberate” dal crollo dei precedenti equilibri difensivi. Tali energie, disponibili fino al ristrutturarsi delle difese, possono essere utilizzate in questa fase per esperienze diverse, che permettano l’elaborazione di sistemi funzionali e difensivi più maturi ed efficaci.
Nel 1996 abbiamo pertanto proposto ed ottenuto, l’assegnazione agli SS.PP.DD.CC. del D.S.M. della ASL RMC di una quota dei fondi disponibili per le Attività risocializzanti- riabilitative.
Nel 1997 è stato così possibile iniziare presso il SPDC dell’Ospedale San Giovanni Addolorata di Roma, un percorso sperimentale, che si è sviluppato per tappe successive, segnate da revisioni critiche, modulazioni ed aggiustamenti, incentrato su tre aspetti principali: il recupero della dimensione motoria, il senso di appartenenza al gruppo e la libera espressione di sé.
La motricità è l’ambito fisico maggiormente compromesso nei nostri pazienti. In esso infatti confluiscono gli effetti alteranti della patologia psichica (ad es. ipocinesie da sedazione, discinesie da parkinsonismo) e quelli derivanti dall’impoverimento delle relazioni sociali e dei rapporti interpersonali che spesso caratterizzano lo stile di vita dei pazienti, con perdita parziale della ricchezza gestuale e mimica.
E’ questa la ragione delle scelte fatte fin dai primi anni, dell’inserimento nelle attività di reparto del Laboratorio di Espressività corporea, proprio in considerazione della valenza terapeutica che poteva avere, per i nostri pazienti, l’armonico rapporto con la propria fisicità, l’esplorazione, la riorganizzazione, mediante il movimento, degli spazi esterni ed interni.
Fin dall’inizio abbiamo potuto osservare come tale attività, strutturate in modo da essere svolte insieme e contemporaneamente dai degenti, avesse una particolare efficacia anche nel restituire loro la capacità di sperimentare, pur nella difficile situazione del ricovero in SPDC, il senso di condivisione, di compartecipazione e di appartenenza al gruppo.
E’ questo un secondo ambito nel quale il disturbo psichico ha un’influenza particolarmente negativa, per il portato dei vissuti persecutori, della percezione minacciosa della realtà esterna, del sentimento di vulnerabilità fisica e psichica che spesso accompagnano le varie patologie psichiatriche. Ma soprattutto non bisogna trascurare un aspetto che caratterizza il clima dei reparti psichiatrici, rispetto agli altri reparti di degenza. In questi ultimi la presenza di una patologia comune, per le varie specialità, porta i pazienti a confidarsi ed a confrontare esperienze, timori , attese che, essendo comuni portano all’instaurarsi di una rete di rapporti affettivi e di un vissuto di solidarietà tra degenti, che li sostiene e li conforta.
Il Reparto Psichiatrico è, al contrario, un luogo dove i singoli pazienti per lo più ritengono di essere immotivatamente relegati, e dove non sentono di condividere la patologia degli altri degenti. Infatti, pur avendo generalmente scarsa o nulla consapevolezza di malattia, tuttavia conservano una lucida capacità di giudizio sulla patologia dei vissuti e dei comportamenti degli altri ricoverati. Ciò li porta a vivere una situazione angosciante di costrizione alla coabitazione con persone “strane”, imprevedibili, incomprensibili, e perciò minacciose.
Ne deriva che, al contrario di quanto avviene negli altri reparti, la patologia non alimenti un senso di condivisione, ma al contrario crei ansia, timore e diffidenza tra i ricoverati che tendono ad isolarsi, ad alzare barriere tra loro stessi ed il resto dei degenti. Questo rende i nostri pazienti degenti solitari in un reparto vissuto come improprio, nel duplice senso di inadatto e di non appartenente.
La partecipazione alle attività di gruppo, che gradualmente si sono arricchite, articolandosi in Laboratori di Espressività Corporea, di Musica Arte e di Musico-terapia, offrono ai pazienti l’occasione di rapportarsi tra loro e di interagire in un contesto controllato e protetto favorendo la reciproca conoscenza, facendo emergere ciò che ciascuno ha in comune con l’altro, stimolando la confidenza, la fiducia, il senso di condivisione.
Il terzo ambito nel quale le attività ludico-espressive hanno dimostrato di avere un valore specificatamente terapeutico, è quello della libera espressione di sé. Il crollo dei sistemi difensivi che, se pur imperfetti, permettevano prima della crisi, un parziale controllo dell’angoscia, lascia ora i pazienti in balia di messaggi dell’inconscio spesso intollerabili, che rendono minacciosa la realtà interna ed esterna e temibile trasmettere o ricevere messaggi. Ne conseguono la coartazione ed il ritiro che usualmente accompagnano la psicosi.
I Laboratori di Attività Espressive si caratterizzano per il concomitare di alcuni elementi che concorrono a restituire sicurezza all’esperienza di una reciproca, libera espressione di sé:
Questa esperienza rassicurante, anche se vissuta a diversi livelli di consapevolezza, resterà nel paziente come una traccia sulla quale costruire un più sereno rapporto con se stesso e con gli altri.
La generale tendenza a considerare l’introduzione delle attività terapeutico –riabilitative nei reparti psichiatrici come un modo per riempire i tempi vuoti della degenza, impegnare i pazienti in qualcosa che li distragga dai temi delle loro personali angosce, e con ciò migliorare il clima del reparto e rendere più leggero il tempo della degenza è, a nostro parere, una visione riduttiva.
Il valore di queste esperienze è in realtà “terapeutico” nel senso più specifico di questo termine.
Ciò che viene agito e sperimentato durante i singoli incontri delle attività dei Laboratori ha un valore reintegrativo delle capacità dei singoli, variamente alterate o limitate dalla patologia, sia nell’ambito dell’espressione gestuale e motoria, che in quello del senso di appartenenza, e della manifestazione dei propri vissuti emotivi.
Sottrarre energie che prima e dopo la crisi risultano totalmente assorbite dai sistemi difensivi per incanalarle, nel breve tempo della loro disponibilità, in esperienze di libertà per una migliore qualità globale della vita dei pazienti psichiatrici, è la sfida a volte vincente o comunque sempre in qualche misura efficace dei Laboratori di Attività Espressive all’interno degli SS.PP.DD.CC.
Dal 1996 a seguito dell’assegnazione dei fondi per le attività risocializzanti sono state programmate e realizzate nel S.P.D.C. dell’Ospedale San Giovani Addolorata delle iniziative di tipo non strutturato (es. feste musicali, tombolate, tornei di carte, feste di carnevale, ecc.) e delle attività strutturate che si sono via via inserite nell’organizzazione della routine del reparto, avvalendosi dell’apporto qualificato di Operatori Specializzati esterni: dal 1999 il Laboratorio di espressività corporea, dal 2000 quello di Musicarte sostituito nel 2004 dal Laboratorio di Musicoterapia.
I laboratori sono stati programmati come “appuntamenti” a cadenza regolare, ad orari stabiliti ed a setting ambientale definito, per facilitare, anche con questi aspetti, una funzione di riorganizzazione degli spazi e dei tempi interni ed esterni.
A rendere più evidenti e comprensibili il contesto ed i contenuti delle attività descritte, per coloro che non ne hanno condiviso l’esperienza, i singoli Conduttori sono stati invitati ad una breve esposizione tecnica e descrittiva dei loro specifici interventi.
LABORATORIO DI MUSICOTERAPIA
(conduttore Dr. Davide Marzattinocci)
Il laboratorio di musicoterapia vuole essere un momento nel quale il paziente possa esperire una temporanea sospensione dell’abituale percezione della sua condizione di degente, per sperimentare diverse modalità di espressione individuale e gruppale e una ristrutturazione temporanea della sua condizione di “crisi”.
Il setting musicoterapico è uno spazio di libera espressione dove il paziente può mostrare se stesso e le sue problematiche senza essere giudicato, può sperimentare la libertà di mostrare i suoi limiti. Per le caratteristiche specifiche dell’SPDC, ogni incontro diviene unico perché il gruppo è ogni volta diverso. Il primo passo è una breve conoscenza dei singoli partecipanti ed una breve descrizione dell’attività che li vedrà protagonisti, specificando che qualsiasi loro richiesta o esigenza può portare il lavoro verso altre strade. La maggior parte delle esperienze che seguono sono vissute a livello pre-verbale. Esperienze immaginative con musica registrata permettono al paziente di esperire il vissuto legato al qui e ora dell’ascolto che non è mai passivo, ma coinvolge sempre anche il corpo. L’utilizzo della ninna-nanna associata al cullarsi o al dondolarsi, assieme ad altre esperienze, prevedono che assieme al vissuto immaginativo dell’ascolto vi sia un lavoro sulla consapevolezza corporea, sull’autoappoggio, sul contatto, inizialmente con se stessi. Successivamente può essere lo sguardo il mediatore del contatto con gli altri componenti del gruppo. Associato al ritmo consente di osservare ed eventualmente modulare la propria modalità di contatto. Si deve sottolineare che la pre-verbalità relazionale di queste esperienze consente ai pazienti stranieri di entrare in contatto con il gruppo e di esserne riconosciuti parte integrante. Le esperienze ritmiche, soprattutto le percussioni corporee, permettono ad ogni paziente di guidare il gruppo con un suo ritmo personale che viene riconosciuto dal gruppo. Oppure permette a due pazienti di dialogare ritmicamente senza la convenzionalità del linguaggio verbale. Un ulteriore livello di integrazione gruppale si struttura quando nelle esperienze di laboratorio partecipano i parenti dei pazienti.
Altre fasi del lavoro prevedono l’utilizzo della voce, associata al movimento corporeo e/o al ritmo; si offre al paziente la possibilità di improvvisare con la propria voce liberamente e con il sostegno della voci del gruppo. Parte importante del laboratorio è l’utilizzo degli strumenti musicali (melodici e percussioni), Questi vengono disposti a terra; i pazienti sono liberi di scegliere gli strumenti che vogliono e di cambiarli quando desiderano; possono danzare ed utilizzare la voce. Nel corso dell’esecuzione musicale è possibile osservare le diverse modalità di comunicazione e si possono strutturare relazioni musicali.
Tra i primi compiti del musicoterapista vi è quello di riconoscere ad ogni paziente come unica e preziosa, la propria modalità di utilizzo dell’insieme corpo/voce/strumento, nonché quello di far entrare in contatto questa modalità comunicativa con le altre senza che nessuno perda la propria peculiarità: permettere una relazione con l’altro senza perdere se stessi.
Tutte le esperienze fin qui descritte, per loro natura non sono prettamente musicali, nel senso che con la musica si mescolano il movimento e la narrazione di sé. Spesso il lavoro prevede l’utilizzo del disegno, della pittura e della poesia (molti pazienti portano le loro poesie, le scrivono durante il laboratorio oppure le scelgono tra quelle che il musicoterapista propone).
* Antonella Pacini (Psichiatra Primario SPDC Ospedale S. Giovanni Addolorata)
*Paola Giorgi (Psicologa, Assistente Sociale SPDC coordinatore per le attività risocializzanti)
*Davide Marzattinocci (Dottore in Lettere, Attore, Regista, Arteterapista ad orientamento psicofisiologico)